SALVATORE LANZA, SALVATORE PORCEDDU
ALL'ALBA DEL 15 DICEMBRE 1978
SALVATORE LANZA
SALVATORE PORCEDDU
GUARDIE DI P.S.
MENTRE VEGLIAVANO IN DIFESA
DELL'ORDINE DEMOCRATICO
CADEVANO VITTIME DELLA BARBARIE
TORINO NON DIMENTICHERÀ
IL LORO SACRIFICIO

LANZA Salvatore
Salvatore LANZA nacque nel quartiere popolare di Ognina a Catania. Primogenito, appassionato di aeromodellismo, donatore di sangue all’AVIS, svolse il servizio di leva nella Pubblica Sicurezza e poi si arruolò e assolse l’incarico di piantonamento e ordine pubblico. A dicembre 1978 si concluse il processo contro i capi storici delle Brigate Rosse presso l’ex - caserma “Lamarmora”. Subito dopo, la sorveglianza militare della zona fu alleggerita: soltanto un controllo esterno, mirato a salvaguardare la vita dei detenuti - fra i quali i molti cosiddetti “politici” – con l’ordine di segnalare eventuali sospetti alla centrale della Questura, senza intraprendere alcuna iniziativa individuale.
Lanza aveva in dotazione la pistola Beretta 92 B, con quindici colpi, non aveva il patentino militare per guidare il furgone, che due giorni prima era stato parcheggiato nei pressi della torricella (via Pier Carlo Boggio angolo corso Vittorio Emanuele II) dall’autista del garage della Questura.

PORCEDDU Salvatore
Salvatore PORCEDDU lasciò la casa natia presto per adempiere il servizio di leva e per arruolarsi nella Pubblica Sicurezza, a causa delle precarie condizioni economiche cui il paese natale, Sini, vicino a Giara di Gesturi, a 54 Km da Oristano, costringeva.
I compaesani erano contadini, pastori, anziani, donne e bambini che stentavano a sopravvivere, sebbene la natura fosse incontaminata e la terra coltivata soprattutto a uliveti e mandorleti. Il padre Guglielmo, la madre Maria Mursio e il fratello Sergio di 23 anni erano rimasti a Sini, continuando il lavoro di contadini; gli altri due fratelli maggiori, Giovanni e Bruno, erano emigrati in Germania dove erano stati assunti come operai nella grande industria Rhur.
Salvatore era molto legato alla famiglia di origine e, conoscendo le ristrettezze economiche, ogni mese inviava soldi ai genitori per ridurre la miseria che si aggravava con il passare del tempo. Domenica 10 dicembre 1978 telefonò ai genitori, dicendo loro: “Sono contento di aver chiesto la conferma dell’arruolamento, mi danno 400 mila lire al mese, qui sto bene, vivo in una bella città e mi diverto anche. State tranquilli che i soldi non li spreco e a fine mese vi faccio il solito versamento”.
Alle 5,45 di venerdì 15 dicembre 1978, un’auto FIAT 125 rossa si fermò davanti al furgone, in direzione di Via Principi d’Acaja. Dalla porta posteriore spuntarono la canna di un mitra già usato per l’agguato ad Aldo Moro, a Roma in Via Fani, e quella di un fucile da caccia. Una scarica folle di 76 proiettili calibro 9 e di cartucce da caccia GFL venne sparata nel barbaro attentato ai due giovani agenti di Pubblica Sicurezza. Quattro proiettili stroncarono Salvatore Lanza, che era riuscito a sparare un colpo con la sua pistola di ordinanza, e altri due tolsero la vita a Salvatore Porceddu, il cui mitra nel frattempo si era inceppato.
Dopo mezz’ora circa, vi fu una telefonata al quotidiano torinese “La Gazzetta del Popolo” in cui si precisava che i proiettili erano di calibro 7,62 NATO e 9 parabellum.
Le Brigate Rosse presero di mira questi due semplici agenti di Pubblica Sicurezza perché li consideravano parte integrante di strutture speciali di antiguerriglia e di controllo militare della città; quindi da annientare senza alcuna differenza di grado. Questi due giovani furono assassinati, come sarebbe successo al primo della gerarchia militare, perché indossavano una divisa che rappresentava lo stato da abbattere.
Non mancò la reazione dell’agente di custodia, Carlo FIORENTINO, che dal camminamento del muro di cinta esterno sparò un colpo di M.A.B. (Moschetto Automatico Beretta) contro i terroristi in fuga verso Via Principi d’Acaja.
Il 16 dicembre, sabato, Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu furono esposti al primo piano della Questura di corso Vinzaglio.
Dei congiunti Porceddu furono presenti il fratello Sergio e un cugino, mentre gli altri due fratelli, Giovanni e Bruno, non riuscirono ad arrivare in tempo dalla Germania.
Dei parenti di Salvatore Lanza vi erano la madre Bruna e la sorella Caterina, oltre la giovane fidanzata Anna.
Dalle 10:00 alle 14:00 tanta gente sfilò davanti alle due bare, indignata, vicina alle famiglie e contraria al terrorismo.
Parteciparono il ministro dell’Interno Virginio Rognoni e il capo della Polizia Giuseppe Parlato.
Il corteo funebre partì dalla Questura e giunse alla chiesa di Santa Barbara in via Assarotti n. 14. Vi erano le corone del Presidente della Repubblica, dei Presidenti del Senato e della Camera, di altre autorità nazionali e locali. In testa vi erano due corone del Movimento Sociale Italiano, che, a seguito delle reazioni di alcuni presenti, furono posizionate dopo le altre.
La rabbia, il dolore e la protesta dei colleghi di Pubblica Sicurezza lasciarono il posto alla pietà umana e religiosa verso queste due vittime, martiri del loro dovere per la difesa dello Stato libero e democratico.
Lo stesso arcivescovo di Torino, il cardinale Anastasio Balestrero, invocò pace e fraternità per tutti in prossimità del Natale che stava per arrivare e chiese giustizia alle autorità competenti.
Subito dopo, si aprì un dialogo fra le istituzioni dello Stato, i delegati degli agenti di Pubblica Sicurezza, le rappresentanze sindacali, il sindaco di Torino, per contrastare meglio il terrorismo.
Il 26 gennaio 1979, in un appartamento preso in affitto dai brigatisti Andrea Coi e Ingeborg Kitzler, sito in via Industria, una delle prime traverse di Via San Donato a partire da Piazza Statuto, fu rinvenuto un miniregistratore Philips con le registrazioni delle comunicazioni tra la centrale operativa dei carabinieri e le loro autoradio, effettuate subito dopo l’uccisione di Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu.
Il 29 gennaio 1979, in un appartamento di Giuseppe Mattioli, sito in corso Regina Margherita n. 181 (circa all’altezza della Basilica Maria Ausiliatrice) furono trovate le matrici per ciclostile usate per rivendicare l’uccisione di questi due giovani agenti, inoltre, gli appunti che riportavano informazioni relative ai carabinieri durante le trasmissioni via radio e, infine, il blocchetto di accensione della FIAT 125 usata dai terroristi per il terribile assassinio. In un altro appartamento di Giuseppe Mattioli in Via Buenos Aires (zona Mirafiori) furono trovate copie della “Stampa Sera” del 17 dicembre 1978 che riportavano la tragica fine dei due agenti di Pubblica Sicurezza.
Al processo furono ritenuti esecutori dell’assassinio Raffaele Fiore e Pietro Panciarelli che avevano sparato, Vincenzo Acella, che era in macchina, e Nadia Ponti che era alla guida dell’auto.
Furono accusati di concorso ideologico Mario Moretti, appartenente al fronte logistico, Valerio Morucci, membro del comitato logistico, Luca Nicolotti, membro del fronte di massa, oltre a Fabrizio Peci per aver partecipato alla fase preparatoria dell’attentato.
Crediti:
Il ricordo di Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu è un progetto del Museo del Carcere Le Nuove.
Il testo è del prof. Felice Tagliente.
Per la versione audio:
In voce: Giuseppe Modica.
Montaggio e sound design: Giuseppe Modica.
Musiche su licenza Pixabay.