ROSARIO BERARDI

«Sottufficiale di Pubblica Sicurezza animato da alto senso del dovere, si distingueva in attive, laboriose e delicate indagini che consentivano di assicurare alla giustizia elementi appartenenti ad organizzazioni eversive. Proditoriamente fatto segno a numerosi colpi d'arma da fuoco in un vile attentato, tesogli da terroristi, tentava di reagire con la propria pistola, ma veniva ancora una volta, mortalmente colpito. Mirabile esempio di coraggio e di grande valore spinti fino all'estremo sacrificio.»

16 febbraio 1979, il Presidente della Repubblica Sandro Pertini conferisce la medaglia d’Oro al Valor Civile alla Memoria al maresciallo Rosario Berardi, “caduto per la democrazia nata dalla Resistenza”.

Torino, seconda metà degli anni Settanta.

Una città industriale che funziona grazie all’abnegazione delle persone che la vivono: gente che si sveglia presto al mattino e con passo svelto va al lavoro. I turni nelle fabbriche si succedono senza sosta, i tram scorrono puntuali, le strade si riempiono prima dell’alba.

L’Italia è immersa negli anni della lotta armata. Gruppi clandestini colpiscono obiettivi selezionati: magistrati, dirigenti d’azienda, appartenenti alle forze dell’ordine. Le azioni sono rapide, pianificate, rivendicate. Lo Stato risponde con indagini lunghe, accurate, talvolta frammentate, spesso condotte in condizioni di pressione costante.

Torino, come tutto il Paese, vive un periodo in cui la violenza degli Anni di Piombo non interrompe la vita quotidiana: la attraversa. La normalità convive con la tensione. La violenza è diventata parte del paesaggio. Quasi non fa più notizia, ma lascia tracce.

In questo contesto lavora Rosario Berardi, maresciallo della Polizia di Stato.

Nato nel 1926, in Puglia, a Bari, il 17 novembre. Una carriera che inizia e si consolida nell’immediato dopoguerra. Oltre trent’anni di servizio. A Torino viene impiegato in attività investigative legate al contrasto dell’eversione armata. Partecipa a indagini che riguardano la struttura e l’operatività delle Brigate Rosse, seguendo dossier, interrogatori, riscontri informativi. Il lavoro è fatto di verifiche, contatti, incarichi operativi. Una carriera costruita lontano dai riflettori, ma che comporta esposizione. Anni di servizio, in cui la distinzione tra vita privata e lavoro è sempre più sottile.

Nel 1974 dirige una squadra speciale dei Nuclei antiterrorismo. Lavora con il giudice Luciano Violante nelle inchieste contro l'eversione neofascista di Ordine Nero e Ordine Nuovo. La stessa professionalità ed efficienza la profonde nella collaborazione con il giudice Giancarlo Caselli nelle indagini sulle Brigate Rosse.

Nel corso del tempo, Berardi contribuisce alle attività che portano all’arresto di militanti brigatisti e all’apertura di procedimenti giudiziari rilevanti. A Torino è in corso uno dei processi più importanti contro il cosiddetto “nucleo storico” delle Brigate Rosse. L’apparato investigativo lavora in continuità con la magistratura. Le informazioni circolano, vengono incrociate, archiviate, pubblicate. I nomi esposti.

Dopo lo scioglimento dei Nuclei antiterrorismo, Berardi viene assegnato a un commissariato torinese periferico, quello di Porta Palazzo. Un incarico ordinario, apparentemente più tranquillo. Vive in città, si muove senza scorta.

La mattina del 10 marzo 1978, esce di casa per recarsi al lavoro. È in borghese. Porta con sé l’arma d’ordinanza, una Beretta 92 riposta in un borsello, senza colpo in canna e con la sicura inserita. Si dirige verso la fermata del tram 7 in Largo Belgio. Le lancette dell’orologio solcano le 7:45 minuti.

Una Fiat 128 blu è ferma sul lato opposto della strada. È in appostamento da giorni: quattro militanti della colonna torinese delle Brigate Rosse studiano i movimenti del maresciallo. L’azione è preparata. I ruoli sono definiti.

Nadia Ponti – nome di battaglia "Marta" – è appostata in posizione favorevole per segnalare ai complici il momento in cui Rosario Berardi uscirà di casa.

Patrizio Peci – nome di battaglia "Mauro" – si posiziona nei pressi di un benzinaio in Largo Belgio. È pressoché al centro della strada, con il ruolo di copertura e controllo, armato di un mitra, pronto ad intervenire in caso di necessità.

A Cristoforo Piancone e Vincenzo Acella – nomi di battaglia "Sergio" e "Filippo" – il compito di aspettare il maresciallo Berardi alla fermata del tram, nascosti fra la gente in attesa.

Il gruppo di fuoco è posizionato.

Rosario Berardi percorre con tranquillità i pochi metri che separano la sua abitazione in via Manin 1 e Largo Belgio.

Si ferma per accendersi la pipa.

Uno sguardo al gazometro, il sapore acre della prima boccata di tabacco in bocca, una nuvola di fumo che danza nell’aria sottile di marzo e il maresciallo riprende il suo cammino.

Raggiunge il gruppo di fuoco alla pensilina.

Supera i sicari nascosti fra chi aspetta il tram alla fermata del 7.

È questo il momento in cui Piancone e Acella escono allo scoperto e aprono il fuoco alle spalle del maresciallo che cade in terra. La Nagant M1895 e la Beretta 7,65 serie 70 dei due brigatisti portano ancora a segno altri colpi, alla schiena e alla testa.

Gli assassini minacciano la gente che, sgomenta, aveva appena assistito all’esecuzione. Portano via il borsello di Berardi e si dileguano a bordo della 128 blu con la quale erano arrivati.

La corsa all’ospedale Molinette è inutile per il maresciallo, che lascia una moglie e Rosa, Giovanni, Bruno, Salvatore, Agata, cinque figli poco più che ventenni. E una pipa ancora accesa sul marciapiede della fermata del 7.

Quando gli orologi di tutta Italia segnano le 8.35, giunge alla redazione dell’ANSA la rivendicazione delle Brigate Rosse. “Abbiamo colpito Berardi Rosario”, dicono. “Seguirà comunicato”, dicono.

È un’azione contro un funzionario dello Stato. Nel comunicato non viene menzionata la vita privata dell’uomo, né il suo ruolo specifico. L’atto è inserito in una strategia più ampia. È l’ennesima battaglia di una guerra in cui il nemico è lo Stato e, quindi, i suoi servitori sono obiettivi da abbattere, perché parte della struttura militare del nemico stesso. Ma Rosario Berardi rimane un uomo, un padre, un marito. 

Le indagini si concentrano fin da subito sull’ambiente brigatista torinese. Il contesto giudiziario è già attivo. Le ricostruzioni dell’agguato, le testimonianze e i riscontri balistici confluiscono nei fascicoli.

Il passaggio decisivo avviene con la collaborazione di Patrizio Peci, che, pentitosi, fornisce elementi utili alla ricostruzione dell’organizzazione e delle singole azioni. Grazie alle sue dichiarazioni, confermate da ulteriori riscontri investigativi, vengono individuati i componenti del commando e chiariti i ruoli di ciascuno.

I responsabili dell’omicidio di Rosario Berardi vengono arrestati, processati e condannati all’ergastolo, tranne Peci che beneficia dei vantaggi riservati ai collaboratori di giustizia.

La vicenda si inserisce in una fase in cui il lavoro investigativo contro il terrorismo è continuo e capillare. Un lavoro fatto di accumulo di dati, di successi, di errori e di correzioni, di esposizione personale. Per molti funzionari come Berardi, non esiste una separazione netta tra indagine e vita quotidiana.

Ricordare questa storia significa collocarla nel suo tempo. Un tempo in cui il confine tra ordine e disordine era fragile, e in cui molti uomini delle forze dell’ordine hanno vissuto e lavorato sapendo che l’esposizione al rischio non finiva con il turno di servizio.

Questa storia ricorda un tempo, un luogo, un mondo, un nome. Rosario Berardi.

Crediti:
Il ricordo del Maresciallo Rosario Berardi è un progetto del Museo del Carcere Le Nuove in collaborazione con l’Associazione Europea Vittime del Terrorismo.
Il testo è di Giuseppe Modica.
Per la versione audio:
In voce: Giuseppe Modica.
Montaggio e sound design: Giuseppe Modica.
Musiche su licenza Pixabay.